L’industria del turismo linguistico è in ginocchio

Uno dei settori del turismo più colpiti dalla pandemia è quello dei soggiorni all’estero per imparare una lingua straniera. Le nazioni più colpite, Malta e il Regno Unito. Ogni anno, centinaia di migliaia di giovani partono dalle loro città e si trasferiscono in un altro paese per vivere in famiglia o in un college un’esperienza nuova, studiando insieme a tanti altri coetanei, con la speranza di apprendere o perfezionare l’idioma scelto, nella maggior parte delle volte, l’inglese. è quello che promettono i programmi di apprendimento linguistico di tante agenzie specializzate che, nel corso degli ultimi decenni avevano visto il proprio giro d’affari crescere in maniera esponenziale. Come motivazione di fondo c’è la consapevolezza pratica, soprattutto nelle famiglie, che parlare più di una lingua apre le porte del mondo di lavoro più qualificato ed è una caratteristica indispensabile in un curriculum vitae. Da parte dei ragazzi, invece, dedicarsi allo studio dedicandogli una parte delle proprie vacanze, è il trade off più che accettabile in cambio di un soggiorno lontano da casa, in località in cui non si studia soltanto ma si vivono anche momenti di socialità, di divertimento e, spesso, di sballo, fuori dal controllo dei genitori. Negli ultimi tempi, poi, a questa motivazione ludica si è aggiunta la voglia di poter comunicare in rete e seguire chat, influencer e artisti che parlano e scrivono nella lingua di Shakespeare. Di fatto, le persone che al mondo studiano l’inglese come lingua straniera sono quasi due miliardi, quattro volte il numero dei madrelingua. Uno strapotere, quello dell’inglese, che oscura il desiderio che si mostra verso l’apprendimento di altre lingue, a partire dal francese e dallo spagnolo, molto più indietro il tedesco, mentre appare in relativa crescita il numero degli studenti, soprattutto liceali, che si avvicinano al cinese. Ad incrementare il turismo a fini linguistici sono stati anche gli scambi studenteschi, che all’improvviso sono andati incontro a un blocco totale. C’è da dire che, come in altri settori, a supplire l’impossibilità di muoversi fra i diversi paesi sono intervenute le nuove tecnologie, a partire dai tutorial e dalle app che traducono in tempi rapidissimi interi testi, permettendo così di comunicare in chat senza sforzo, digitando intere conversazioni sul proprio cellulare. Il rischio che questo possa in futuro ridurre in maniera definitiva il turismo verso le località che si vantano di avere le migliori scuole di lingue, è molto più basso di quello che riguarda il mondo dei congressi e delle fiere, perché in realtà, ad attirare i giovani non è certo l’esigenza di aggiornarsi o fare affari, attività che si possono realizzare anche in rete al pari degli esercizi di grammatica e fonetica, ma il contorno che si immagina di vivere in vacanza, dove alle poche ore dedicate allo studio si affiancano tante attività più divertenti nei quartieri pieni di giovani e di musica assordante. Meglio, quindi, non indagare sui risultati raggiunti nel corso, ma in molti dicono che, più che la pratica linguistica, quello che si sviluppa maggiormente è la capacità di stabilire contatti, al punto che si apprendono parole nelle lingue più disparate, pur di aprire potenziali rapporti con ragazzi e ragazze di altre nazioni. Quando si riprenderà a organizzare vacanze studio? A questo quesito non è facile rispondere considerate le difficoltà che le scuole hanno incontrato negli ultimi due anni e che ancora non vedono all’orizzonte soluzioni efficaci. I giovani spingono per tornare a viaggiare ma le famiglie offrono resistenze difficili a essere superate e nel frattempo la filiera legata a questo segmento è tutta colpita economicamente. Offrire corsi on line può soddisfare l’aspetto formale che porta a un certificato, ma la lingua reale s’impara parlando con la gente del posto, nei mercati, nei caffé, sugli autobus, e perché no, anche in discoteca o in un pub.

Abbiamo chiesto una prospettiva ci hanno dato l’elemosina

Dott. Guida Bardi, l’abbiamo vista più volte in televisione prendere posizioni dure verso le politiche del precedente Governo e dalle Regioni a supporto del settore alberghiero.

Quali ritiene che siano state le principali carenze e in che modo si sarebbe dovuto intervenire? C’è ancora tempo? La madre di tutte le carenze è quella culturale. Non avere avuto la capacità politica di comprendere che l’intero sistema imprenditoriale sarebbe precipitato in un’anossia profonda, è stato imperdonabile. Chi aveva responsabilità, dai governi locali a quello nazionale, hanno trascurato il grido che veniva dal mondo dell’accoglienza: albergatori, ristoratori, baristi, mondo dello spettacolo e dell’intrattenimento, palestre, sport, eventi, tutti abbiamo a gran voce chiesto una prospettiva, in cambio ci hanno dato l’elemosina. Una miopia intollerabile. Siamo ancora in tempo per rimediare? Sì, a condizione che si ascoltino le proposte di chi vive quotidianamente i problemi e li conosce e si abbia il coraggio di guardare lontano. Serve governare, con senso di equità e ottimismo. Il Covid ha cambiato il mondo dell’ospitalità e dei congressi, quale immagina che sia il futuro del settore? Il Covid ha cambiato il mondo, tout court. Ha cambiato la nostra percezione del prossimo, ha inoculato la paura e la diffidenza, ci ha chiuso nelle case e negli egoismi. Ma ha anche messo in luce i nostri limiti di organizzazione pubblica e, sono certo, quando tutto sarà finito avremo fatto progressi. Il mondo dell’ospitalità ha imparato procedure migliori perché i clienti siano certi di stare sereni, ha implementato la sanificazione e posto al centro delle politiche di accoglienza la salute dell’ospite. Penso sia stato un progresso. Il Covid ha anche mostrato quanto i contatti umani non possano essere sostituiti dai vari Zoom e quanto le persone abbiano bisogno di stare insieme, scambiare esperienze e divertimento. Ma ha ragione il presidente Draghi:Imprese e lavoratori in questo settore vanno aiutati ad uscire dal disastro creato dalla pandemia. Ma senza scordare che il nostro turismo avrà un futuro se non dimentichiamo che esso vive della nostra capacità di preservare, cioè almeno non sciupare, città d’arte, luoghi e tradizioni che successive generazioni attraverso molti secoli hanno saputo preservare e ci hanno tramandato”. Teniamo duro: la ripresa ci sorprenderà e dobbiamo farci trovare pronti. Dopo la polemica di questa estate che ha coinvolto la Sardegna, pensa che cambierà l’immagine o il modo di fare turismo nella sua regione? Le polemiche di quest’estate sono state eccessive e strumentali. La Sardegna è sempre stata un luogo sostanzialmente più sicuro di altre realtà nazionali e internazionali. Penso che anche la stampa dovrà mostrare maggior senso di responsabilità, dopo la sciagura Covid. La Sardegna rimane e rimarrà uno dei paradisi del pianeta e l’offerta turistica sarda ha un altissimo livello di qualità e di differenziazione: mare, cultura, enogastronomia, fascino. Chi mai può offrire di più? Le infrastrutture digitali della sua regione sono in grado di supportare la trasformazione che sembra essere in atto nel settore? Molto è ancora da fare, ma negli anni la Sardegna è stata sempre un leader di questo settore. Video On Line è stata uno dei primi Internet Service Provider d’Italia e l’Unione Sarda è stato il primo quotidiano on line d’Europa. Siamo la terra del CRS4 di Carlo Rubbia, insomma! Le sfide della modernizzazione sono ancora molte e conto che il prossimo Recovery Plan aiuti l’Italia intera ad essere all’avanguardia nel mondo. La Sardegna non si farà trascinare. Abbiamo imprenditori coraggiosi e visionari e giovani preparati ed europei: confido in loro. Cosa stanno facendo le associazioni di categoria per supportare i propri iscritti? Noi cerchiamo di lavorare al fianco di ciascuna bottega, di ciascun hotel, di qualsiasi ristorante e di tutte le aziende perché le istanze di chiunque siano rappresentate con forze presso le istituzioni e i decisori. Anche le associazioni di categoria, però, devono fare il grande salto per modernizzare procedure e decisioni: abbiamo bisogno di democrazia e di rappresentanza, ma anche di competenza e rapidità nelle decisioni. So di essere di parte, e me ne scuso, ma penso sempre che gli imprenditori siano una risorsa indefettibile per il Paese. Dobbiamo purtroppo aspettarci che molte strutture non superino la crisi? Anche nella sua regione c’è una corsa alla vendita come avviene in altre località italiane? Sfuggiamo dal pessimismo: abbiamo un nuovo Governo e molti soldi da spendere: difendere il sistema Italia significa aiutare le aziende sane a uscire dalla crisi e far sì che tutti, pur se malconci e incerottati, ci allontaniamo dalla pandemia rafforzati nel carattere e nella cultura d’impresa. Chi non se la sente di mangiare ancora pane duro, venda. Ma gli imprenditori non si arrendono mai.

Esterno Hotel Miramare di Cagliari