Chiusure degli hotel e licenziamenti tra crisi, ristrutturazioni e acquisti

La crisi non accenna a finire e molte strutture alberghiere in assenza di clienti preferiscono chiudere. Per ristrutturare. Ma intanto c’è chi compra…

Le città d’arte sono quelle che stanno pagando il prezzo più alto per la crisi del turismo e del settore congressuale. In particolare Roma, dove – secondo l’Ente bilaterale del turismo – ci sarebbero 8 mila posti di lavoro a rischio negli alberghi della Capitale. La veloce diffusione dei contagi nelle ultime settimane ha comportato molte disdette e la cancellazione delle poche manifestazioni, delle fiere e degli eventi in programma. Dei circa 1280 hotel cittadini almeno 350 non hanno mai riaperto da marzo 2020, e di questi molti probabilmente non riapriranno. A essere colpiti soprattutto gli alberghi di lusso, molti dei quali appaiono come abbandonati nonostante abbiano fatto la storia della capitale d’Italia. Hanno già chiuso il Majestic di Via Veneto, lo Sheraton Roma Hotel & Conference Center con le sue 640 camere, 30 sale adibite a convegni e conferenze che sono vuote dal 16 marzo 2020, Giorno in cui ha chiuso i battenti senza più riaprire. Prima in cassa integrazione e poi licenziati tutti i 164 dipendenti: addetti alle camere, operai, amministrativi, chef, prenotazioni e ricevimento oltre che segretari e front office manager. Si pensa che a breve chiuderà anche l’Hotel Cicerone, ma il rischio è che a breve altre strutture verranno definitivamente sbarrate. La chiusura del Fis (fondo integrazione salariale) al 31 dicembre 2021 non mette in ginocchio solo gli alberghi perché a essere risucchiate nella crisi sono anche le guide turistiche, i tour operator, le aziende dei grandi eventi, la ristorazione, i servizi al turismo, i taxi, gli Ncc, le aziende di pulizie, lavanderia e manutenzione. L’elenco delle aziende sull’orlo della chiusura è drammaticamente lungo. Nei due ultimi anni a Roma si è registrata una contrazione della domanda del -81,2%, con un conseguente taglio di oltre il 70% del valore della spesa turistica registrata nel 2019 e del 75% il fatturato delle imprese di settore. Un calo che ha avuto ripercussioni anche sul Pil nazionale con un -1,97%. Per il presidente dell’Associazione di categoria, Giuseppe Roscioli, “la recente chiusura di alcuni grandi alberghi, è solo la punta di un iceberg: tutto il mondo del turismo è ormai in cortocircuito” L’emergenza durerà ancora a lungo e per contrastarla si aspetta il ripristino della Cassa integrazione Covid, il sostegno alle aziende in affitto con il credito di imposta e quelle di proprietà con la sospensione della rata Imu. In questa fase serve bloccare i licenziamenti nel settore in particolare nelle città d’arte. In questo scenario s’inseriscono i sospetti che le società proprietarie degli hotel vogliano sfruttare le chiusure per realizzare lavori di ristrutturazione, restauro e ammodernamento che oggi vengono presentati come improcrastinabili. Dopo i lavori, che di norma possono durare anche uno o più anni, gli alberghi riapriranno al pubblico e le Società non avranno alcun obbligo con gli attuali dipendenti licenziati. Altro aspetto da considerare è l’interesse mostrato, nonostante la crisi, verso gli alberghi italiani. Bill Gates e il suo marchio di hôtellerie Four Seasons, proprietario di oltre 100 hotel e resort di lusso dislocati in 47 Paesi in tutto il mondo, hanno da poco comprato lo storico Danieli, il più antico hotel di Venezia, che sarà pronto nel 2024 ed ospiterà fino a 200 camere. L’acquisto segue la recente apertura del San Domenico a Taormina, acquistato nel 2016, e fa parte di un progetto più ampio, che vedrà forse intensificarsi la presenza del brand nell’ospitalità di lusso in Italia. Una strategia controcorrente che si basa su acquisti a prezzi di realizzo o su analisi predittive che a noi italiani sfuggono.